Se Dio torna al centro

Gli ascolti televisivi e il pensiero di Dio

La storia, e anche la cronaca, sono piene di vicende che raccontano di conversioni improvvise, insospettabili (prima che avvenissero), sulle quali nessuno, mai, avrebbe scommesso un centesimo. ‘Cattivi’ a ventiquattro carati, dissoluti, cinici, ma anche implacabili mangiapreti e atei intransigenti: le loro storie hanno ispirato opere d’arte d’ogni genere, quadri, romanzi, film, al punto che alcuni di questi hanno finito per diventare figure paradigmatiche anche per i non credenti, pensiamo solo a san Paolo, o a san Francesco d’Assisi.

Conversioni avvenute al termine di percorsi i travagliati, oppure, spesso, in punto di morte o in seguito a eventi improvvisi e traumatici, quasi a conferma dell’antico detto ‘nei momenti difficili ci si ricorda di Dio’.

Tutto questo merita di essere ricordato davanti al vero e proprio ‘boom’ di ascolti e di visualizzazioni fatto registrare dai riti religiosi, tutti vuoti di fedeli, trasmessi in diretta televisiva e via internet. E non parliamo solo di quelli presieduti da papa Francesco, a cominciare dalle Messe mattutine a Santa Marta, nonostante l’orario non esattamente favorevole, ma anche del serale Rosario per l’Italia di Tv2000 e degli altri media cattolici, o altre iniziative a carattere locale. E parliamo di numeri enormi, che ‘Avvenire’ ha già avuto modo di commentare, e tanto più impressionanti in un’epoca di pratica religiosa ridotta, nella quale già in molti davano Dio definitivamente per morto. Certo, si dice, il lockdown – lo stare chiusi in casa – ha aiutato il raggiungimento di questi record, ha agevolato queste performance. Così come altrettanto certamente la pandemia che ha capovolto da un giorno all’altro la vita di oltre la metà della popolazione mondiale, richiudendola tra le mura domestiche, può senz’altro annoverarsi tra quei ‘momenti difficili’ nei quali ci si ricorda di un Dio che, altrimenti, avremmo continuato a ignorare o a porre in secondo piano. Cosa che probabilmente succederà di nuovo, poco o tanto, quando la pandemia passerà, perché passerà, riportandoci alla ‘normalità’ e alla tendenza a limitare e dimenticare lo spazio del ‘sacro’. Ma nel frattempo tutto questo è stato, e non può essere ignorato.

Non vogliamo dire, né pensiamo, che il coronavirus abbia determinato conversioni in massa, perché il punto non è questo, pur se per tanti, tantissimi hanno in queste settimane scoperto o riscoperto la Chiesa.

Però il crollo delle nostre sicurezze, lo svelarsi dei limiti di una scienza tutt’altro che infallibile, e di conseguenza il limite dell’esistenza umana, che è un limite insuperabile, hanno dato un senso ulteriore a una delle provocazioni più forti tra quelle lanciate da Benedetto XVI. Era il novembre del 2012, e in un messaggio per un incontro del ‘Cortile dei Gentili’ in corso in Portogallo Ratzinger scrisse: «Sarebbe bello se i non credenti cercassero di vivere ‘come se Dio esistesse’. Anche se non abbiamo la forza di credere, dobbiamo vivere sulla base di quest’ipotesi, altrimenti il mondo non funziona. Ci sono molti problemi che devono essere risolti, ma non lo saranno mai del tutto se Dio non è posto al centro, se Dio non diventa nuovamente visibile nel mondo e determinante nella nostra vita».

Se, con tutte le attenzioni del caso, a travasare queste parole nel nostro oggi, capiamo che forse è proprio questo che è successo. Sotto la spinta del contingente in tanti hanno vissuto e vivono ‘come se Dio esistesse’.

Scoprendo o riscoprendo la Parola, e l’amore di un Dio di misericordia che non chiede nulla in cambio, ma resta sempre al nostro fianco. E non ci lascia mai soli, nemmeno nei momenti più bui.

Avvenire, 18 aprile

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